Prudenza e bugie (se occorrono)

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Quando non sono semplici idiosincrasie o manie igienistiche, allergie e intolleranze alimentari sono ormai diffusissime, così come sono in crescita costante i vegetariani e addirittura i vegani, il che rende la vita abbastanza complicata a chi vuole raccogliere intorno alla sua tavola persone che non conosce a fondo.

E’ buona regola, perciò, premunirsi e chiedere, al momento in cui si invita, se ci sono cibi sgraditi.

Lo stesso vale per chi viene invitato. Non c’è niente di male nell’avvertire, prima, che si è allergici
al lattosio o ai crostacei, mentre è molto imbarazzante per tutti comunicarlo nel momento in cui le vivande vengono servite.

Detto ciò, nel momento in cui decidono il menu, i padroni di casa dovrebbero escludere per prudenza tutti quegli alimenti che non sempre incontrano i gusti della maggioranza o che sono notoriamente indigesti: dunque no alle interiora, alla lingua, al fegato, alla trippa, al cervello, l’aglio fresco, a un eccesso di pepe e peperoncino. E no anche ai pasti monotematici: una mia amica, che non ama il pesce, si è trovata a una cena interamente basata su questo per altro nobilissimo prodotto della natura e ha faticato non poco a resistere fino al dolce (che ovviamente era a base di colla di pesce!!!).
Perciò, poiché è impossibile indovinare i gusti di tutti, meglio proporre pietanze “tranquille” e variare gli ingredienti: così, se gli spaghetti con la bottarga non piacciono, piaceranno gli involtini di vitello o il flan di formaggio, e nessuno si alzerà da tavola insoddisfatto.

Ma come ha fatto la mia amica a resistere? Poiché il suo rapporto col pesce è di antipatia e non di totale disgusto, si è limitata a prendere porzioni piccolissime. Che fare, invece, se ci si trova davanti a qualcosa che non si riesce neppure ad assaggiare?
Ebbene, in questo caso bisogna mentire, con leggerezza ma anche con decisione:“Oh, cara, hai fatto la lingua salmistrata? Che
splendida idea! Pensare che fino all’anno scorso ne andavo matta. Adesso, con mio grande dolore, non la digerisco più. Ma non preoccuparti, adoro le cipolline in agrodolce. E poi il risotto era talmente buono che ne ho mangiato una quantità disdicevole!”

Insomma, l’importante è non avvilire chi ha cucinato e nello stesso tempo evitarsi un’inutile tortura. C’è sempre il dessert a risollevare il morale (forse).

Deprecabili miscugli

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Mi è capitato, per fortuna molto raramente, di essere ospite a cene in piedi, addirittura con il cameriere affittato per l’occasione, dove i cibi erano curati e ben presentati, le tovaglie e le stoviglie di pregio, la conversazione brillante e … i vini tutti diversi! Un pinot, un pigato, un sauvignon, un vermentino, un arneis, un cabernet, un barolo, un merlot, un amarone, un chianti, insomma tutti i rimasugli della cantina dei padroni di casa che, evidentemente, avevano deciso di fare piazza pulita delle bottiglie ricevute in dono nel corso del tempo.

Pessima idea. L’attenzione che si dedica alla composizione di un menu deve essere pari a quella che si dedica alla scelta delle bevande, dall’aperitivo al dessert, e i vini, oltre che di qualità, devono tassativamente essere uguali. Dunque, se la prima portata prevede un bianco, in tavola compariranno tutte bottiglie con la stessa etichetta e della stessa annata. Idem se la seconda portata prevede il rosso.

Immaginate la scena: il vostro bicchiere è ormai quasi vuoto e il padrone di casa gentilmente fa il gesto di riempirvelo di nuovo, ma invece dell’ottimo cabernet che vi ha offerto prima sta per versarvi un vino scadente che andrebbe oltretutto a mischiarsi col cabernet creando una miscela tanto cattiva quanto dannosa. Se non volete rischiare l’acidità di stomaco o un’emicrania, a quel punto dovete rifiutare l’offerta o, almeno, inghiottire velocemente quello che resta del cabernet e poi accettare di bere il vino scadente, il che implica una vostra delusione e, si spera, un pizzico di imbarazzo da parte del vostro ospite.

Diverso è il discorso che riguarda i liquori da servire dopo cena. Poiché in questo caso gli invitati sono liberi di scegliere ciò che desiderano, l’offerta deve essere ricca e variegata: senza esagerare, è gentile proporre due o tre tipi diversi di grappa, un whisky di malto e uno torbato, un rhum e un porto di grande invecchiamento. Magari con l’accompagnamento di cioccolatini assortiti, che con l’alcool ad alta gradazione si sposano benissimo.

E io pago…

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Sono stata recentemente a Londra e, come sempre mi capita quando mi trovo all’estero, ho avuto un moto di autentica gratitudine ogni volta che, al ristorante, il conto includeva la mancia al cameriere sollevandomi dal compito di fare il calcolo della percentuale e liberandomi dall’ansia di sbagliare per eccesso o per difetto. Sarebbe bello se un’abitudine così civile fosse adottata anche da noi perché, oltre tutto, darebbe un taglio netto a quelle penose discussioni fra “generosi” e “parsimoniosi” che spesso affliggono la conclusione di una cena fuori casa con gli amici.

In Italia esiste una regola tacita ma consolidata che indica nel 10% del totale la cifra corretta da lasciare per il servizio e tuttavia c’è sempre quello che sbarra gli occhi e dice “è troppo” anche quando magari si parla di cinque euro. Mettiamoci in testa una volta per tutte che, così facendo, non soltanto commettiamo una scorrettezza nei confronti di una persona che lavora ma creiamo imbarazzo in chi la regola intende rispettarla.

Altrettanto sgradevole – e qui, però, tutto il mondo è paese – è la lotta per pagare il conto. Lasciamo ovviamente da parte il caso in cui viene concordato a priori che si paga “alla romana” ( anche se vorrei ricordare che non è educato discutere nei dettagli le singole voci né tantomeno rimarcare che uno dei commensali ha ordinato piatti più costosi) e parliamo invece di una situazione abbastanza frequente: quella in cui un gruppetto di amici decide di comune accordo di trascorrere la serata al ristorante. Si mangia e si beve in allegria, si chiacchiera, ci si rilassa, poi arriva il conto e all’improvviso, soprattutto fra gli uomini, si scatena la corsa all’accaparramento del medesimo, che viene sottratto, nascosto, strappato di mano in un avvilente vocìo di “tocca a me”, “non ti azzardare”, “non se ne parla nemmeno”. Vince il più veloce (o il meno furbo?), che tira fuori il portafoglio con sguardo trionfante, mentre gli altri (ipocriti?) si rassegnano. Non sarebbe stato più elegante mettersi d’accordo prima di entrare nel locale, con un tranquillo e rapido scambio di battute?

Un’ultima notazione riguarda il rapporto con i camerieri, ai quali bisogna rivolgersi sempre con cortesia ma non con eccessivo cameratismo, a meno che non si sia ospiti abituali del ristorante e non si conoscano vita, morte e miracoli delle loro famiglie, nel qual caso le regole vanno a farsi benedire ed è giusto che prevalgano confidenza e cordialità. Come dicevo, chi svolge il servizio di sala è un lavoratore e come tale vale rispettato: quindi non meditate sul menu per venti minuti, non cambiate continuamente idea sulle ordinazioni, non lasciatelo in piedi ad aspettare la fine della vostra telefonata (niente cellulari a tavola, ricordate?), e se qualcosa non funziona e volete protestare, fatelo con garbo ed educazione, gli stessi che pretendereste se foste al suo posto.

Non si fa!

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Questa estate, al mare, mi è capitato abbastanza spesso di cenare al ristorante e di constatare quanto siamo maleducati a tavola: lo sono i bambini, abbandonati a loro stessi in un tripudio di strilli, schizzi e pianti, lo siamo noi adulti, colpevoli prima di tutto di non averli istruiti in tal senso e incapaci di dare loro il buon esempio.

Mia madre trovava insopportabili quei genitori che, in casa d’altri, si affannavano a rimproverare i figli perché masticavano a bocca aperta o impugnavano le posate in modo scorretto e sosteneva che, di sicuro, fra le pareti domestiche anche i genitori si comportavano nello stesso modo, dal momento che la buona educazione è come una seconda pelle e non si dimentica mai. Certo, da quando la mamma mi fulminava con lo sguardo perché avevo dimenticato di appoggiare il tovagliolo sulle gambe molta acqua è passata sotto i ponti e oggi l’etichetta di una volta ha senso unicamente in situazioni molto formali, tuttavia sopravvivono dei divieti, e altri se ne sono aggiunti, che garantiscono una serena convivialità. Ecco i più importanti. Leggi tutto “Non si fa!”

L’arte (magari) della conversazione

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Nell’epoca in cui viviamo, assalita da una continua pioggia di mail, chat, sms, social network e, più in generale, da una comunicazione sempre più veloce, può sembrare strano che si parli ancora di arte della conversazione, ovvero di quell’insieme di regole che permettono a un piccolo gruppo di persone di scambiarsi oralmente opinioni e informazioni godendo della reciproca compagnia e trascorrendo insieme qualche ora piacevole. Il termine “conversazione” ha assunto ormai un significato solo letterario di antico sapore e nei salotti di oggi è stato sostituito dal verbo “chiacchierare”, che è tutt’altra cosa.

Leggi tutto “L’arte (magari) della conversazione”